Ci siamo trasferiti.

Nuovo anno, nuova roba, tutte le solite menate. In realtà (forse) sono cambiato io. Ma solo un pochino.
E quindi cambio anche il blog. Il nuovo lo trovate su: http://diariodiunporo.wordpress.com/

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Un borghese piccolo e azzurro (Una fiaba twittera)

C’era una volta un grande paese.
Questo era un paese normale, abitato da gente normale, con la solita commistione di buono e cattivo, bello e brutto, giusto e ingiusto. Era conosciuto come il grande paese dell’uccello azzurro.
Al centro di questo paese c’era una grande piazza e qui si incontravano gli abitanti del paese per discorrere fra loro: c’erano quelli che erano sopravvissuti all’annegamento e gli era rimasto il mare dentro, quelli che non sapevano scrivere, quelli che si ritenevano poeti e i supposti grandi amatori, i circoli che criticavano la politica e i gruppetti che stavano lì solo per prendere in giro chiunque passasse, i frequentatori abituali e quelli passati di lì per caso e così via bellamente coglionando.
In questa grande grande piazza c’era una specie che andava per la maggiore: i guitti.
Indossavano gli abiti dei predicatori ma il loro modo di parlare e le loro idee tradivano palesemente la loro natura di saltimbanchi. Alcuni di questi giullari erano talmente bravi in quello che facevano da averlo quasi trasformato in un mestiere.
Un giorno, uno di questi guitti, bello come un Caio Memmio e dal portamento regale, venne avvicinato da alcune persone che si fecero largo fra la piccola folla che sempre lo attorniava, composta da opportunisti, veri amici, adulatori e sommi imbecilli che credevano di aver trovato un mentore.
Gli uomini gli si fecero da presso e dissero:
«Ma sai che sei davvero bravo? Che ne dici di trasformare questa cosa nel tuo lavoro?»
Al povero guitto non parve vero di poter guadagnare dicendo stronzate che fino al giorno prima aveva urlato per semplice passione. E -come farebbe chiunque- accettò, iniziando a vivere dei proventi del suo mestiere di saltimbanco.
Questo improvviso successo fece arrivare ancora più gente ad assistere ai suoi spettacoli: invidiosi, lecchini, opportunisti, semplici curiosi e persone che necessitavano di qualcuno che gli desse un modello di comportamento.
Sarà pure vero che il potere logora chi non ce l’ha, come diceva sempre l’ex presidente del Paese dell’Uccello Azzurro, ma certe volte è davvero difficile reprimere il delirio d’onnipotenza.
Il guitto si insuperbì e iniziò a parlare in maniera sguaiata, esprimendosi come se le sue parole non fossero uno scherzo o un’opinione personale ma una sorta di rivelazione mistica. La gente intorno al guitto iniziò prima a mormorare, poi a lamentarsene, infine ad attaccarlo con violente invettive. Il guitto però, sempre difeso dai suoi amici, favoriti e ammiratori, continuò imperterrito nel suo dare spettacolo, arrivando a proclamarsi re.
Era ovviamente un titolo scherzoso, ma in molti lo travisarono completamente, sia fra i suoi sostenitori che fra i detrattori. E questo non fece che esacerbare la situazione. Ancora.
Finché, un bel giorno, il guitto -con i suoi scherzi, il suo parlare sguaiato, le sue offese più o meno velate e le sue opinioni espresse con modi più adatti a un raccoglitor di letame che a un re- offese una grossa porzione degli abituali frequentatori della piazza. Questi, una volta tanto, invece di rispondere alle offese (o anche dopo aver risposto) voltarono le spalle al guitto e andarono a raccontare tutto alle autorità.
Il guitto venne bandito dalla piazza e i suoi sostenitori si sollevarono:
COSì UCCIDETE LA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE – dissero.
REPRIMERE LA LIBERTA’ DI PAROLA E’ ROBA DA FASCISTI – lamentarono.
E alla maggior parte delle persone non fregava assolutamente un cazzo.
In molti ridevano sotto i baffi e altri ridevano allo scoperto, con le mani sulla pancia. Alcuni erano invidiosi del guitto, ad altri stava antipatico e qualcuno era stato offeso davvero. Per giorni la piazza non parlò che di questo, e gli scontri fra i sostenitori e i detrattori furono aspri e ci scappò anche qualche coltellata.
Nel frattempo, però, tutti erano passati a usare questa contesa come una scusa per dare sfogo a vecchie ruggini e problemi personali. E sembrava che tutti si fossero dimenticati del povero guitto.
Ma lui un giorno sarebbe tornato, e allora i suoi sostenitori avrebbero fatto una grande festa e riempito di MARAMEO gli sporchi fascisti dell’opposizione.
Solo un bambino, che passava di lì, fece l’osservazione più intelligente -l’unica che sarebbe stato lecito fare:
«Ma perché si scaldano tanto per questa cosa?»
Il padre lo guardò e sorrise, accarezzandogli i capelli.
«Perché si credono tutti molto intelligenti e tutti grandi difensori della democrazia.»
«E cos’è la democrazia?»
«Questo  io non lo so. E nemmeno loro, a quanto pare. Ma un Re dovrebbe parlare come fa un re, e non offendere i suoi sudditi, e nemmeno i sudditi degli altri. Perché non si addice al suo rango. Un re non si comporterebbe così nemmeno per gioco. E così non dovrebbe comportarsi nemmeno chi si dice re solo per gioco.»
Ovviamente il bambino non ci capì un cazzo, ma è normale: questa è una favola senza scopo e senza morale.
Ché tanto, qui, sono tutte parole sprecate.

“Ma ti prego, non smettere”

Oh, sarebbe estremamente bello e facile poter semplicemente aprire tutto (la bocca, il cuore, il cervello) e dire tutto, ma il punto è che non posso, non devo, non voglio. C’è più che un climax in queste tre parole, c’è tutto quello che un rapporto non scritto e non riconosciuto deve essere – o meglio non essere. C’è tutto il nascondere a sé stessi cose che sappiamo perfettamente perché fare finta di nulla è esattamente la cosa che ci riesce meglio quando l’alternativa è affrontare un discorso lungo e sanguinoso come una battaglia, e che come una battaglia lascerebbe addosso un mucchio di ferite. E sì, lasciamo perdere tutte le menate “no pain no gain” perché questo non è un film e se lo fosse il regista sarebbe Lars von Trier e non Michael Bay.

Però ti prego, continua a fare così, continua a rimestare nello stesso ridicolo pentolone di insuccessi e premeditazioni errate, perché per me è un vero spasso stare ad osservarti e la cosa mi fa tanto più rabbia perché siamo esattamente e maledettamente uguali perché anche la mia è una battaglia persa e questo non cambierà nulla (come se poi ci fosse la possibilità di cambiare qualcosa, in qualsiasi senso).

*

«E se non ne valesse la pena? Cosa accadrà quando ti accorgerai che il premio non vale la fatica?»
Lui strabuzzò gli occhi, guardandola con reale meraviglia.
«Non ne vale mai la pena! Perché credi che ci affanniamo tanto? Quando sei il miglior cavallo in lizza non corri contro gli altri ma contro te stesso.»

*

Ecco, una cosa così, ma con la consapevolezza che il premio non l’avrò mai, nemmeno quello di consolazione. Un po’ per rifiuto e un po’ perché io, la consolazione, non la voglio. Né mi serve: siamo nati per combattere e combatteremo, si vinca o si perda. L’importante è non morire nel proprio letto.

Ma dimmi solo una cosa: come si fa a non amare tutto questo tanto profondamente da odiarti?
Non lo so. Ma ti prego, non smettere.

I’m so done.

Avete veramente rotto il cazzo.

Questa storia del “Non sei tu, sono io” non ha niente di normale, niente di sano, niente di logico.
Perché è fottutamente vero che il problema non siamo “noi”, siete proprio voi, massa di personcine piccole piccole con complessi egomaniaci così enormi. Eppure dovrebbe essere semplice: PRIMA capitevi, poi relazionatevi con gli altri. Perché è tremendamente fastidio avere a che fare con gli ammassi di paranoie che siete, è complicato e io non ce la faccio più.

Avete rotto il cazzo perché siete sempre quelli che mandano ogni cosa a puttane salvo poi lamentarsi di non aver ottenuto quello che volevano. NOTIZIONA: l’impegno non è garanzia di successo e nessuno riceve mai ciò che merita. Se vuoi una cosa muovi il culo e te la pigli, se non la vuoi è un tuo cazzo di problema ma non venirmi a raccontare balle perché onestamente non le voglio sentire e più di tutto NON ME NE FREGA UN CAZZO DI COME TI GIUSTIFICHI CON TE STESSO.

Avete rotto il cazzo anche con le cose dette a me, con le frasi che significano tutto e niente, degne di quel coacervo di contraddizioni che vorreste apparire mentre siete soltanto PARALIZZATI DALLA PAURA di poter mettere un piede fuori dalla vostra zona di conforto e accorgervi che al mondo di voi non frega un cazzo e sì, è davvero terribile esporsi perché significa poter essere feriti, ma onestamente è sempre meglio che stare come voi.

Avete rotto il cazzo con il voler sapere cosa ho, cercate di fare pace col cervello e capite che la vostra insistenza è RIDICOLA E FASTIDIOSA perché figlia del vostro desiderio di esserci e di sapere, non perché ve ne frega qualcosa di me perché altrimenti fareste il sacrosanto favore di mollarmi e lasciarmi in pace visto che è tutto ciò che desidero. Non me pare difficile, eccheccazzo.

Ho rotto il cazzo anche io, con le lamentele e con questa cronica incapacità di sbottare, con l’orgoglio che mi impedisce di dire come stanno le cose. Ho rotto il cazzo (mi sono rotto il cazzo) perché sono costretto a preferire l’apatia e una non-vita perché l’alternativa è una serie infinita di tentativi falliti. Intendiamoci, io non sono come voi. Io non ho paura di fallire, FALLISCO DA 26 ANNI: sono un’autorità in materia. Non mi spaventa sporcarmi le mani e farmi male, mi spaventa la mia reazione e il fatto che sono sempre meno disposto a sopportare tutte le vostre stronzate e ho sempre più difficoltà a controllarmi. E voi, che ve ne state sui vostri troni a bullarvi davanti al mondo (facendo mea culpa in privato) siete l’unico motivo per cui le persone si sentono inadeguate, mai all’altezza della situazione. Dovete morire gonfi. Come capiterà a me, spero a breve.

Non sono incapace di vendicarmi, se non ho iniziato davvero è perché non so se riuscirei a smettere.
E sentire il bisogno di distruggere qualcosa è la cosa più difficile da reprimere.

Quindi ora andatevene a fanculo.
Non voglio sentirvi, non mi interessa.

Solo fumo

Potrei abbandonarmi alla leziosa abitudine del fare il post per il compleanno facendo il bilancio della mia vita, ma non porterebbe a nulla. Un po’ come i propositi di Capodanno, servirebbe solo a sottolineare una inadeguatezza che ho già ben presente oltre ogni possibilità d’errore. Non mi serve ricordarlo così come non mi servirebbe continuare a punirmi -e già quello lo farò ugualmente, quindi direi che non è necessario rincarare la dose.

Volevo parlare di altro, volevo descrivere tutto un universo che mi è apparso davanti agli occhi ieri notte e adesso invece non riesco più a vederlo, non so se perché non è mai esistito davvero o perché si rifiuta di mostrarsi agli altri. Così lo terrò per me come quell’altro segreto, quello che un po’ ti riguarda e un po’ sono solo affari miei. Che sia tutto nella mia testa oppure no, in realtà, non fa nessuna differenza. C’è tutto quello che vorrei: se non altro, posso tenerlo come memento per quando non otterrò nulla di ciò che sto sognando. Lo so, lo so che desiderare è sbagliato, ma per fortuna con gli errori ho una affinità di vecchia data. Devo continuare una tradizione, capisci? No, non credo. Ti basti comunque sapere che farò tutti gli errori possibili, ma nella maniera più elegante. E sono sicuro che non dimenticherò, perché come sai ricordo tutto e vedo cose che gli altri ignorano e vorrei tanto capire se vedo solo i miei fantasmi o quello che mi sfiora le pupille è reale. Vorrei capire ma non succederà oggi -e nemmeno domani.
Quindi è perfettamente inutile affannarsi, come è inutile scrivere a te qui. Non sono nemmeno abbastanza bugiardo per dire che so che non leggerai, che tanto scrivo per me. La verità è che se scrivessi SOLO per me lo farei su fogli di carta che andrebbero bruciati.

Ma forse sarebbe meglio, perché quella cenere e quel fumo potrei respirarli e sarei sicuri di tenerli con me per sempre.
E invece non mi rimane nulla se non questa notte da trascorrere in silenzio a pensare.
E dire che di pensieri ne ero già pieno.
Che fortuna la mia, eh?

Ovunque (ma lontanissimo da qui)

Ho intravisto qualcosa – o forse me lo sono soltanto immaginato.

Ho sognato un mondo in cui sarei anche potuto riuscire a superare quella linea sottile e convincerti – se solo fossi stato più accorto, più scaltro, più capace di fermarmi e non desiderare tutto. I desideri mi divorano con la stessa rapidità con cui vorrei soddisfarli. Mi merito tutto questo, mi sta bene: è la dimostrazione di quanto io sia incapace di ottenere una qualsiasi cosa di cui mi importi. Deve esserci un difetto nel mio carattere, una qualche tara inconcepibile. Eppure mi sarebbe piaciuto ascoltare quella sconosciuta voce di primavera in un altro momento, con altre note.
Forse è proprio questo il punto, il problema fondamentale: il non essere riuscito a trovare quell’altro momento e aver teso troppo una corda troppo sottile per sostenere il peso di tutte le aspettative. Piangersi addosso non servirà, lo so bene, ma nemmeno “reagire” serve a qualcosa. Certe cose vanno solo assecondate, se non altro perché non si possono combattere e le uniche ferite sarebbero le mie – come se non ne avessi già abbastanza.
Mentre tu sei (e sarai, sarai) sempre ovunque, ma lontanissimo da qui. Peccato.

Perché, in fondo, a quella storia che nessun uomo è un’isola io non ci avevo mai creduto ma per qualche attimo ci avevo quasi (quasi) sperato, di aver trovato il mio istmo.

Chi va e chi resta

Oggi sono in mood polemico. Come quasi sempre, ma oggi di più.

L’argomento che mi ha mandato i testicoli in ebollizione è l’atavica rivalità fra chi se ne va e chi resta. No, per carità, niente sentimentalismi. Si parla di chi va all’estero (per cercare lavoro, perché gli piace viaggiare, perché vuole fare altre esperienze, perché saranno cazzi suoi) e chi rimane (perché non vuole andare, perché non può andare, perché saranno cazzi suoi pure quelli). Senza voler fare la paternale a nessuno – ché io sono dell’idea che tutti abbiano la libertà di pensare, anche se pensano cagate (di PENSARE, non di pontificare in merito) – mi chiedo sempre: ma un po’ di cazzi vostri? Se uno vuole vivere a Londra, a Lipsia o a Bassano del Grappa sono completamente fatti suoi. Invece c’è questa specie di rivalità tribale fra chi è andato e chi è rimasto, e io davvero non la capisco.
Il fatto di esservene andati non vi rende migliori, idem per l’essere rimasti. E’ un po’ come quelli che dicono “Eh ma io lavoro da quando avevo 16 anni”. E sticazzi? Io ho fatto l’università, il fatto che mio padre potesse permettersi di pagarmi la rata in cosa mi renderebbe peggiore? E viceversa, ovviamente. Sto campanilismo settario ha finito di cagare il cazzo, visto che comunque vi vantate e denigrate per cose che non avete fatto voi o per scelte che non hanno (e non possono avere) alcuna nota di merito. Andarsene in Bolivia a fare volontariato potrebbe (e dico POTREBBE) essere una nota di merito, perché POTRESTI essere una persona “migliore”. Perché altrimenti vale tutto, e io posso vantarmi di aver fatto un sacco di cacca stamattina. Poi ognuno è libero di fare le sue scelte senza dover rendere conto agli altri, però ogni tanto un pochino di umiltà non farebbe male. Essere orgogliosi di sé stessi è importante, ma se per esserlo hai bisogno di disprezzare gli altri devi avere fatto molti errori.
E comunque ricordatevi che dovete morire e le vostre vite non hanno nessun significato.
Affannarsi su ste stronzate è una gargantuesca perdita di tempo.

Cordialità,
uno stronzo qualsiasi.

Quegli occhi (chiusi)

«Chiudi gli occhi. Cosa vedi?»
«Che domanda di merda.»
«Che cazzo di sociopatico che sei.»

E’ andata più o meno così. E insomma poi mi è venuta voglia di parlare e di scrivere, di parlare e di scriverti, di parlare ( forse magari no) e di scrivere di te (già meglio, ché di scriverti non se ne parla proprio mai nella vita). Poi invece finisco sempre a scrivere di me, devo ancora capire se per una qualche mania di protagonismo, per una forma di perversa iconoclastia o semplicemente perché non voglio scrivere di te. Ché poi potresti pure leggere e addirittura capire e allora non andrebbe bene. O peggio ancora, potresti leggere e NON capire. O semplicemente potrei rendermi conto che tutto sommato non sono granché come scrittore perché quegli occhi quegli occhi quegli occhi io continuo a vederli ma “la guerra dei colori inizia sbagliando i toni”. Non ha molto senso però a suo modo suona bene. Ma quindi cosa sto facendo, a parte accorgermi che di te non so parlare perché non trovo mai le parole per descriverti che siano grandi abbastanza senza per questo essere banali e piccole piccole e troppo facili da leggere ma abbastanza accessibili da poterci vedere attraverso.
No, la verità -una verità- è che rimango incastrato fra un desiderio e l’altro e finirò come sempre a non scegliere nulla e sceglierà qualcun altro e andrà bene comunque. Non a me, ma a qualcuno andrà bene. Forse. Spero.

Ah, ovviamente le parole sono sempre le sue, ma il modo di soppesarle, rileggerle e sbagliare i toni è mio.
Ho un certo talento per gli errori.

3 secondi.

E’ circa il tempo che ho impiegato a pentirmi di tutto.
A pensare si sbaglia e a pensare a quest’ora si sbaglia due volte.  Vorrei poter dire “andiamo con ordine” ma di ordinato non c’è proprio nulla.

Quindi c’ero io e c’era l’oceano e c’eri tu – anche se poi non c’eri mica davvero, eri dall’altra parte, però diciamo che c’erano i tuoi occhi quindi va bene lo stesso. E vedevi quella spuma bianca sopra le onde e ti sembrava un sacco simile all’odio che cola giù dal muro alle cinque di pomeriggio di una giornata qualsiasi. Così inutile e così vivo da farti desiderare di uscire e vivere per davvero. Per fortuna che passa tutto e in fretta, ché  non lo so mica come mi troverei io a vivere davvero. Con la gente. Brrrrrr. Attacchi di ipotermia al solo pensiero.
E quindi niente, c’è solo il distillato di indifferenza e un “no, figurati, tutto bene” falsissimo, ma cos’altro ti potresti aspettare? Va bene tutto, va bene tutto, non va bene un cazzo. Dice “pensa a scopare” ma tu lo sai che pensare è già sbagliato di suo, pensare a scopare è il principe degli ossimori, il gran visir delle contraddizioni. O pensi o scopi, non c’è tanta scelta. E io penso veramente troppo, mi sa che mi sto precludendo il sesso per i prossimi 20-30 anni e già non è che prima andasse così bene. Quindi va tutto male? Noooooooo, mica tutto! Solo le cose che mi interessano. Però tranquilli eh, c’ho la mia scorta di sticazzi (sì, ma pure quella è quasi finita). Uno qui, uno lì, l’importante è sopravvivere, forse. Ma poi era così necessario? Sopravvivere, dico. Shhhh, silenzio, non datemi le risposte. Le domande sono tutto quello che ho al momento, se mi date le risposte non mi rimane niente.

Lanciatemi un salvagente, piuttosto, che il naufragare in questo mare non m’è dolce per un cazzo.